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La caccia alla giovenca

Il 14 agosto è il giorno della vigilia della festa patronale. Il primo giorno dei festeggiamenti solenni. Ma, unico in Europa e forse nel mondo, l'atto d'apertura di tali festeggiamenti è legato a qualcosa di sacro e profano insieme. Parliamo di un relitto folclorico che ci proviene dai secoli precristiani? Parliamo di un rito di passaggio delle società agropastorali? La risposta, stando alle cose osservate, è affermativa per l'una e per l'altra domanda.

Sa cassa de s'akkizedda costituisce un momento a sé, una festa nella festa. Nel rituale sono presenti tanti di quegli elementi profani, che lo mettono al di fuori della festa religiosa. Eppure esso è il primo dei festeggiamenti della festa grande. Ne è addirittura l'apertura. Una giustificazione di una tale distonia viene vista nella stratificazione operata dalla Chiesa nella sua evangelizzazione. Quest'ultima, infatti, non ha mai prodotto contrasti con le credenze dei pagani, con i rituali delle diverse popolazioni. Ma ha inglobato gli atti di quel mondo magico-religioso antico entro la nuova dimensione di fede, quella cristiana. Il risultato è nella realtà. Cassai s'akkizedda, catturare la giovenca, o nella sua variante a kurri s'akkizedda, correre la giovenca, acquista, per via di tale operazione, un significato religioso che rimanda all'esorcismo. Ciò giustifica anche il fatto di essere il primo atto dei festeggiamenti, senza il quale gli stessi non possono avere inizio. Prima che la Vergine passi per le vie del paese, con la solenne processione, si rende necessario cacciare (rimanda allo stesso verbo kurri) le forze maligne, che nella fantasia popolare ha sempre accompagnato i diversi momenti della giornata.

Al di là del significato prettamente religioso, il rituale accoglie pienamente anche il significato di rito di passaggio, caratteristico delle società agropastorali, dove il passaggio al mondo degli adulti o all'età adulta, da parte di un giovane, veniva decretato con prove di abilità. E catturare una giovenca, in un contesto di allevamento come quello guasilese, era certamente cosa consona con l'intento e con lo scopo. Il passaggio all'età adulta consentiva anche di potersi sposare. Ebbene, un aspetto del rituale in questione, come recita la tradizione, è proprio quello di vedere sposato entro l'anno il vincitore della manifestazione.
Che il rituale, poi, riguardi l'intera comunità è testimoniato sia dalla formula di invito estesa alla popolazione, sia dal pasto sociale che seguiva alla cattura e che, nella degradazione della tradizione, è rimasto come ''donai sa petza a is poburusu'', dare le carni ai poveri (conclusione del rituale non più in uso).

La caccia alla giovenca, nel suo svolgimento, prevede una serie di atti consequenziali:

a) la formula di invito;
b) la gara riservata agli scapoli del paese;
c) la toilette dell'animale;
d) la bardatura a festa del gruppo animale;
e) la processione e la benedizione dell'animale;
f) la macellazione dell'animale.


La manifestazione è aperta dalla cosiddetta formula di invito che gli obrieri pronunciano porta a porta: Nosu seus benius cumenti si usada e costumada po si invitai a kurri s'akkizedda, primu po fai onori a sa Santa, sigundu po fai cumpangìa a nosu, krasi a is (viene indicata l'ora) in (viene indicato il luogo) [Noi siamo venuti, come uso e costume per invitarvi alla caccia (o a correre) della giovenca, in primo luogo per onorare la Santa, in secondo luogo per far compagnia a noi, domani (…) in (…)]. L'invito decreta l'aspetto comunitario della manifestazione. Non è qualcosa che riguarda solo gli organizzatori e i partecipanti alla caccia. Tutti sono chiamati a farne parte (ecco, quindi, l'invito porta a porta, nessuno escluso).

I preparativi dei cavalieri all'alba I preparativi dei cavalieri all'alba

Una volta indicata l'ora e il luogo dello svolgimento, la popolazione accorre per seguire con la massima attenzione tutte le fasi della manifestazione. Entrambe le ipotesi, quella del rituale esorcistico e quella del rito di passaggio sono importanti per la comunità. Ad avvalorare quest'ultima ipotesi concorre la partecipazione degli ammogliati, i quali dovranno durante tutta la manifestazione creare ostacoli alla cattura e fare in modo così che gli scapoli dimostrino destrezza. Essi si frappongono tra l'animale e gli scapoli, incitano alla fuga l'animale, vigilano che la cattura dello stesso avvenga secondo le regole stabilite dalla tradizione: prendere al laccio solo le corna, a korru' limpius, e non ad esempio anche un orecchio, e liberarla di nuovo qualora la cattura avvenga ad animale fermo. La mattinata della vigilia è dedicata a questa manifestazione.

La cattura della giovenca La cattura della giovenca

Alla cattura segue la sfilata con i cavalieri partecipanti che attorniano il vincitore, riconoscibile dalla canna fresca e il fazzoletto, su muccadori, a essa legato, simbolo del premio, che in realtà è dato dal prestigio e dall'ingresso all'età adulta del giovane cavaliere.

I cavalieri ricevono la benedizione. Il vincitore è cavaliere con il fazzoletto rosso. I cavalieri ricevono la benedizione. Il vincitore è cavaliere con il fazzoletto rosso.

La giovenca, adagiata sul carro verde, colore classico contro il malocchio, po no di pigài ogu, e trainato dai buoi, verrà portato alla casa dei priore, capo organizzatore dei festeggiamenti, dove si farà festa e si procederà alla toilette dell'animale e alla sua bardatura a festa, con fiori e limoni alle corna. Giunti, poi, sul sagrato della chiesa, il parroco le impartirà la benedizione, e con essa a tutti i partecipanti. E' questo l'ultimo atto della tradizione resa monca dal passare del tempo. La macellazione dell'animale e lo stesso pasto sociale sono oramai cancellati. Ma, non è cancellato il fascino della manifestazione, che rimane vivido, nonostante il peso di quasi duemila anni.

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